Rapport tal-Osservatore Romano dwar diskors tal-Isqof Mario Grech fuq l-Amoris Laetitia


Come la luce di un faro. Vangelo della misericordia per famiglia e vita
L’Osservatore Romano

(Mario Grech) Come ha osservato Papa Francesco, non siamo in un’epoca di cambiamento, ma in un cambiamento di epoca. Di fronte alle nuove situazioni che si moltiplicano, siamo chiamati ad affrontare sfide e nuovi problemi, e spesso, in quanto sacerdoti, ci disorientiamo perché non abbiamo risposta; alcuni si sentono come un pesce fuor d’acqua e quindi si ritirano indietro, mentre altri offrono la “pappa molla”, riscaldata, che non ha più freschezza. Tutto ciò vale nei confronti della vita di coppia e della famiglia.

Attraverso gli ultimi due sinodi dei vescovi — i punti di vista più significativi della maggioranza qualificata dei padri sinodali si riflettono molto bene in Amoris laetitia — la Chiesa ha fatto in modo che la sua teologia, in particolare la teologia morale cattolica, non sia «una morale fredda da scrivania» o «da museo», tanto meno «teologia che guarda dall’alto la storia», ma «teologia di strada» o «di prima linea». E quando dico «teologia di strada» non intendo dire che la teologia deve essere acquetta, ma una teologia che sia più sensibile alla realtà di oggi.

Poco prima della pubblicazione dell’esortazione apostolica, il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del sinodo, ci aveva scritto una lettera, con la quale ci comunicava che lo scopo di questo documento non è di cambiare la dottrina, ma «ricontestualizzare» la dottrina a servizio dell’attività pastorale della Chiesa. La dottrina viene interpretata in relazione con il kerygma cristiano e alla luce del contesto pastorale, in cui viene applicata questa dottrina, pur restando chiaro che la suprema lex è la salus animarum. La necessità di essere con gli orecchi aperti e con i piedi per terra non è solo motivata dalla necessità di sapere quello che patiscono le persone, ma anche per rendersi conto di ciò che lo Spirito di Dio dice nella loro storia.

Il concetto di “nuova contestualizzazione” ha anche un significato teologico. Era un termine usato da Hans Urs von Balthasar nel suo libro Il complesso antiromano (1974) quando parlava di collegialità; intendeva che una tale affermazione dottrinale già definita dovrebbe essere integrata in una totalità più ampia. Facendo riferimento a questa esortazione apostolica, il Papa ci invita a cominciare a guardare la dottrina e la prassi sul matrimonio e la famiglia nell’ottica della misericordia. Perché una cosa è proporre tutto il “pacchetto teologico-pastorale” circa il matrimonio e la famiglia nel contesto in cui Dio è il grande inquisitore, e un’altra cosa se lo stesso pacchetto viene offerto nel contesto in cui Gesù è il Volto della misericordia del Padre.

Nell’esortazione ci sono diversi passaggi che dimostrano che il Papa sta proponendo la misericordia divina come principio ermeneutico della riflessione teologica e pastorale. Mentre sono i teologi a continuare ad approfondire la riflessione teologica perché «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» (3), mi rendo conto che la prassi pastorale influisce su tutti gli operatori pastorali, specialmente su noi sacerdoti nel nostro ministero come confessori che operano in questo «campo di guerra». A coloro che preferiscono una «pastorale più rigida che non dà luogo ad alcuna confusione», dirò loro insieme con il Papa che «Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: [vuole] una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» (308).

Quindi, come ci dobbiamo comportare con coloro che il loro amore è ferito e hanno il desiderio di vedere Gesù? La direzione ce la dà il Papa particolarmente all’ottavo capitolo dell’esortazione. E dal momento che c’è stato qualcuno che ha provato a dare un’errata interpretazione di questo approccio pastorale, sento la responsabiltà di condividere con voi ciò che è il magistero della Chiesa oggi a questo proposito, sempre in continuità con la tradizione della Chiesa, non cambiando niente nella dottrina e nella morale. Esso ci fornisce una nuova «disciplina pastorale» animata dalla misericordia, e vorrei che venga applicata nella nostra diocesi.

La nostra pastorale deve poter contare su quattro azioni: accoglienza, accompagnamento, discernimento e integrazione. Questo è l’atteggiamento pastorale che dobbiamo mostrare a tutti e a tutte le famiglie, insieme con quelle famiglie ferite. Il Papa scrive: «Ai divorziati che vivono una nuova unione, è importante far sentire che sono parte della Chiesa, che “non sono scomunicati” e non sono trattati come tali, perché formano sempre la comunione ecclesiale. Queste situazioni esigono un attento discernimento e un accompagnamento di grande rispetto, evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati e promovendo la loro partecipazione alla vita della comunità. Prendersi cura di loro non è per la comunità cristiana un indebolimento della sua fede e della sua testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale, ma anzi essa esprime proprio in questa cura la sua carità» (243). Da un’altra parte ribadisce: «La Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta. Non dimentichiamo che spesso il lavoro della Chiesa assomiglia a quello di un ospedale da campo» (291).

Il Papa fa sua anche la logica dell’integrazione, anche nei confronti di quei cristiani conviventi o che hanno assunto solo l’impegno del matrimonio civile. «Tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo. Si tratta di accoglierle e accompagnarle con pazienza e delicatezza» (294). Queste persone non possiamo continuare ad aiutarle semplicemente applicando le norme generali alle loro situazioni come se stessimo tirando loro delle pietre (cfr. 305), non possiamo «risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche» (2).

Papa Francesco, mentre fonda questo delicato argomento, ma necessario, su un’intuizione di san Tommaso d’Aquino, dice che «è meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano. Prego caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: “Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare”. È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti a una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con speciale attenzione» (304).

Per me questo è un paragrafo cardine dell’esortazione apostolica perché segna il passaggio dalla morale normativa a una personalistica. Le leggi servono sempre e pur rimanendo il loro valore pedagogico, la loro formulazione o le loro esigenze oggettive da sole, non sempre sono sufficienti a mettere in relazione la persona con Dio. Come aiuto alla persona perché le sue scelte non siano decisioni soggettive o semplice adattamento alle circostanze, la Chiesa propone il discernimento.

L’esercizio del discernimento conferma quanto la storia o il contesto della persona singola siano fattori determinanti per arrivare a trovare ciò che è la volontà di Dio.
L’esortazione apostolica sostiene che due agenti sono “obbligati” a fare questo discernimento di fronte a quelle situazioni in contrasto con il matrimonio cristiano (293, 222). C’è «il discernimento pastorale» che spetta ai pastori di anime, e c’è un «discernimento personale» che la persona coinvolta in queste situazioni deve fare per vedere quali sono le sue responsabilità morali. È chiaro: questa è la pedagogia degli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, un metodo che aiuta chi sta in discernimento a scoprire la volontà di Dio per sé. Questo discernimento si può fare nel foro interno ma non sacramentale, o nel foro interno sacramentale. Più volte inizia nel foro interno non sacramentale e poi sfocia al sacramento della riconciliazione.

In questi casi i sacerdoti hanno l’obbligo di accompagnare le persone interessate nel percorso di discernimento. «Si tratta di un itinerario di accompagnamento e di discernimento che orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere» (300).

Come regola generale, coloro che sono divorziati e risposati non possono ricevere i sacramenti; ma per il Papa «a causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato — che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno — si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (305). In alcuni casi «potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti. Per questo ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore. Ugualmente segnalo che l’Eucaristia non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (305, nota 351).

In questo non c’è niente di nuovo perché secondo la morale tradizionale, anche secondo la praxis confessarii di sant’Alfonso Maria de Liguori, «per l’assoluzione non si può esigere dal penitente pentito più di quanto possa dare». Ci sono circostanze in cui, per dare l’assoluzione, il confessore non può esigere dal penitente di abbandonare una situazione in cui vi è un rischio morale grave se si traduce in grave lesione a se stesso o verso persone di cui è responsabile. In effetti, si parlava di occasio proxima et necessaria peccandi. In una situazione in cui il penitente ha una coscienza soggettivamente difendibile, è possibile al confessore di assolvere e ammettere all’eucaristia, anche se il confessore è consapevole che ha davanti a sé un comportamento che per la Chiesa è un disordine oggettivo.

L’esortazione apostolica determina che il discernimento deve essere fatto secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del vescovo locale. Questo assicura che il magistero della Chiesa continuerà a essere da guida. Nessuno può dire che stiamo accettando il soggettivismo morale o che abbiamo messo da parte i comandamenti. Come sottolinea Maurizio Gronchi, nello stesso documento c’è un elenco di sei criteri (cfr. 300): l’esame di coscienza con momenti di riflessione perché uno riconosca le sue responsabilità e, se ha colpa, se ne penta («Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno»); esaminare la sua responsabilità genitoriale nel vedere come si è comportato con i suoi figli quando il matrimonio si è rotto; vedere se ci sono stati tentativi di riconciliazione e se la situazione è irreversibile; indagare se c’è stata carità e giustizia con il partner e con i figli; valutare l’effetto che può avere la nuova relazione sul resto della famiglia e della comunità; rendersi conto dell’effetto che lascia questa nuova relazione su coloro che si preparano al matrimonio.

Sono convinto che per mezzo della Amoris lætitia Papa Francesco ci offre un quadro teologico, morale e pastorale capace di farci continuare a consegnare il Vangelo della famiglia, e contemporaneamente consegnamo anche ciò che la Congregazione per la dottrina della fede aveva auspicato nel 1973: «Per quanto riguarda l’ammissione ai sacramenti, gli ordinari del luogo vogliano, da una parte, invitare all’osservanza della disciplina vigente della Chiesa e, dall’altra, fare in modo che i pastori delle anime abbiano una particolare sollecitudine verso coloro che vivono in una unione irregolare, applicando nella soluzione di tali casi, oltre ad altri giusti mezzi, l’approvata prassi della Chiesa in foro interno».

L’Osservatore Romano, 7 luglio 2016: http://ilsismografo.blogspot.com/2016/07/malta-come-la-luce-di-un-faro.html