Kultura u Evanġelju: ħidma pastorali permanenti.


Is-Sibt 30 ta’ Ġunju 2018: Lecture li tal-Isqof Azevedo fl-okkażjoni tal-50 anniversarju mill-ftuħ tal-Muzew tal-Katidral fl-Imdina.  L-Isqof Carlos Moreira Azevedo Delegat tal-Kunsill Pontifiċju tal-Kultura.

Cultura e Vangelo: lavoro pastorale permanente

 

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L-Isqof Carlos Moreira Azevedo, Delegat tal-Kunsill Pontifiċju tal-Kultura.

È conosciuta la celebre affermazione di un dramma fra cultura e vangelo, riconosciuto nel 1975, da Paolo VI nella “Evangelii Nuntiandi” . Questo non ha cessato di crescere fino ai nostri giorni. È diventata proverbiale e si ripete frequentemente la frase di Santo Giovanni Paolo II: “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata e non fedelmente vissuta. […] Dall’inizio del mio Pontificato ho considerato che il dialogo della Chiesa con le culture del nostro tempo fosse un campo vitale, nel quale è in gioco il destino del mondo in questo finale del secolo XX” .
C’è frattura, c’è dramma vitale, esistenziale.

 

 

Papa Francesco lo riconosce nell’esortazione apostolica quando parla delle culture urbane: “Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù. Una cultura inedita palpita e si progetta nella città” .

Il termine cultura ha subìto un’enorme evoluzione dal contesto illuminista tedesco in cui è nato. Negli ultimi cinquanta anni il concetto si è molto ampliato. Si usa al plurale a proposito della trasmissione nella varietà e pluralità delle culture. Non si circoscrive più a una cerchia erudita e accademica ma se ne amplia il significato. Nella sua definizione prevale una visione antropologica : la cultura è intesa come sistema e scala di valori, interpretazione particolare della realtà, linguaggio, sistema di elementi in continua evoluzione storica. Comprende idee, arti, eventi, un complesso di modelli di vita socialmente considerati e accolti. Include elementi sociali come le usanze, le leggi, le istituzioni; elementi operativi come tecnica, economia, artigianato ecc. Questa visione incarna il senso generale della vita e le esperienze fondamentali: famiglia, amicizia, lavoro, bellezza, sofferenza, morte e rapporto col trascendente.

Per le comunità cristiane questa estensione è la prima sfida riguardo a una prospettiva di inculturazione della fede e della liturgia, chiamata a un ampio sguardo pastorale, nei diversi livelli riferiti. Acquisisce importanza l’attenzione donata a ogni persona, la vicinanza e l’accoglienza di ogni essere nella sua unicità. Guadagna nuovo vigore l’annuncio del Vangelo nei luoghi ordinari della vita, nel lavoro, nella famiglia. La dimensione antropologica è la più esigente per i cristiani. Non consiste nel vivere del patrimonio acquisito, ma di elaborarlo nel tessuto della storia di oggi. Soltanto attraverso la testimonianza credente e veramente vissuta dei valori evangelici, si propone e si dona “carne” all’antropologia cristiana.

La grande sfida sarà l’elaborazione di una prospettiva della società futura, strutturata intorno ai principi metodologici cristiani. La dimensione antropologica è il terreno d’incontro e di dialogo fra Vangelo e culture. Valori, mentalità e consuetudini ispirati all’antropologia cristiana contrastano con la secolarizzazione delle coscienze, con il deficit di presenza dei cristiani nello spazio pubblico.

Viviamo un processo in corso, una convergenza dialogica, aperta sempre a nuovi sviluppi, che offrono contemporaneamente spazio a una pluralità sinfonica di espressioni e di percorsi. La mia riflessione sarà sviluppata in tre punti: dramma senza fine in tempo di cambiamento; caratteristiche della rapida evoluzione del dramma; discernimento evangelico nello scenario attuale del dramma.

1. Dramma senza fine: dialogo tra fede ed espressioni culturali in tempo di cambiamento.

Il rapporto tra fede e cultura vive, lungo la storia, momenti di buona sintesi e occasioni di conflitti. Vengono alla memoria: Clemente d’Alessandria, Agostino, Tomaso di Aquino, Bartolomeu de las Casas, Pascal, Newman, Rosmini e altri. Sono diversi momenti di un dramma permanente.

Il rapporto fede e cultura è oggi guastato da un clima indefinito, liquido, inattingibile perché sempre in cambiamento. Si vive una sensazione di frammentazione, di sfacelo, senza capacità per captare i tratti del mistero, perché si è catapultati in successive emozioni e pulsioni. Nella maggioranza dei cattolici dell’occidente si indovina una afasia della fede, incapace di dialogo critico con quello che si è chiamata postmodernità. Esiste una frattura evidente tra fede e cultura. C’è un patrimonio religioso della stessa Tradizione che può scivolare nell’insignificanza e nel formalismo o costituire un punto di partenza per un radicarsi religioso più convinto e arricchito. L’atteggiamento richiede dialogo e messa in discussione di sé.

La fede cristiana non si riduce a un fenomeno culturale, a una religione civile, all’eredità di una religione già poco seguita, ma la natura stessa della fede necessita di inculturazione. La natura delle culture, avendo come origine il rapporto col trascendente, ha bisogno dell’evangelizzazione per scoprire e rinnovare la propria autenticità. La fede cristiana aiuta la maturazione della cultura autenticamente umana, aperta al mistero di Dio. L’unione vitale della fede con le espressioni culturali si attua in alcuni punti capitali: il riferimento a Cristo come fondamento dell’antropologia cristiana, la fedeltà alla dottrina della fede e all’insegnamento sociale della Chiesa e il rispetto per la legittima autonomia delle realtà terrestri.

La Chiesa si rivolge alle comunità cristiane e alla società nella sua dimensione culturale. Questo dialogo con le culture è fondamentale affinché l’essere umano attuale possa scoprire che Dio, lungi dall’essere un rivale dell’uomo, concede una realizzazione piena della sua immagine e somiglianza. La fede aiuta le culture del nostro tempo a liberarsi dai loro limiti e a sviluppare le loro virtualità positive.

Noi proviamo che “la fede ha bisogno di cultura per essere vissuta in modo umano” e siamo convinti che “la cultura ha bisogno della fede per esprimere la pienezza della vocazione dell’essere umano”.

Il Vangelo è chiamato a incarnarsi nelle culture contemporanee, in tutte le dimensioni e soltanto in questo modo il messaggio evangelico diventa culturalmente e socialmente rilevante.

Tra fede e cultura non può esistere contrapposizione. La Chiesa accetta il dibattito, il libero confronto di idee. Con rispetto, come maestra, si rivolge a tutti e parla di Dio e mostra compassione per le persone. Parla al cuore e all’intelligenza. Ha coscienza del contesto culturale specifico, anche di quello lontano dalla visione religiosa, fondamento di una antropologia cristiana.

Dove porta una società più competente e competitiva, ma meno solidale? La cultura creata dalle ultime generazioni è più a uso individuale che votata a un servizio della realtà e della comunità circostante. Manca un’educazione integrale al dono di se stessi, una formazione alla gratuità interiore, all’esperienza del servizio alla comunità.

L’educazione, avendo una logica ascendente, dimentica la vulnerabilità dell’essere umano e ci fa insensibili alla vulnerabilità altrui. Il centro individualista della vita limita la capacità di vivere pienamente la gioia e la coscienza dell’amore, della gratitudine, l’accettazione serena dei limiti. Soltanto un cambiamento nel processo educativo aprirà alla presenza e al senso vero di una società umanizzata, capace di condivisione.

Il senso della coscienza cristiana implica stili di vita, comportamenti etici personali e sociali, politici ed economici conseguenti. Una fede solida e adulta conduce a una visione etica. Una fede viva lievita il tessuto sociale. Il cristiano di fede adulta unifica adesione a Cristo, appartenenza alla Chiesa, impegno nelle attività sociali, coscienza missionaria e apertura al dialogo.

In un contesto di pluralismo culturale occorre trovare i valori universali presenti nelle diverse culture. La Chiesa gioisce della convergenza di valori come dignità della persona umana, diritti umani, libertà religiosa, difesa della vita, centralità delle famiglia, uguaglianza di diritti e doveri fra uomo e donna, attenzione ai poveri, giustizia, solidarietà, sobrietà, custodia del creato…

Una cultura con la qualifica di cristiana non è un sistema chiuso e completo. La coscienza ferma della verità è un dono e una responsabilità. La cultura, ispirata da Gesù e testimoniata dalla Chiesa, è una chiave di lettura, una prospettiva aperta, un appello alla creatività; promuove la libertà e la vocazione integrale dell’essere umano, rispetta le autonomie della realtà terrene, si arricchisce continuamente con lo scambio culturale, si fonda sull’amore.

La diversità di valori appare una sfida enorme per i cittadini del XXI secolo, evidenziando contraddittorie posizioni fra gruppi della società. Il conflitto di interpretazione dei valori, basato su una cultura diversa, in traiettorie di vita, in opinioni, in conflitti di universi di riferimento, crea autentiche segmentazioni nel campo sociale. Occorre conoscere le tendenze culturali e averne una visione critica. Questo sarà il prossimo punto.

2. Caratteristiche della rapida evoluzione del dramma.

I cristiani debbono conoscere in profondità le tendenze culturali del proprio tempo, per raccoglierne le aspettative, svilupparne le istanze valide, denunciarne i pericoli e gli errori.

Con la caduta delle tre filosofie degli ultimi due secoli: idealismo hegeliano, marxismo e positivismo, avanza il pensiero debole, “malattia dello spirito”, caratterizzato dal disinteresse per la ricerca di senso ultimo e per la rinuncia a una visione organica della vita. Possiamo oscillare fra i paralizzanti pericoli della strumentalizzazione del religioso e le creative opportunità per i processi di inculturazione della fede: preferiamo pensare che si aprano per la fede inaspettate possibilità di inculturazione.

La caduta delle ideologie secolariste è, infatti, un’opportunità per tale processo di inculturazione della fede. In tale vuoto, è rivolto alla Chiesa un appello, sommesso e quasi soffocato, che occorre percepire e al quale bisogna dare assolutamente una risposta, misurando con cura i mezzi a disposizione.

Il pensiero debole apre la strada a un approccio nuovo dell’intelligenza cristiana nelle arti, nella musica, nella letteratura, nella poesia, nell’etica pubblica, nel pensiero politico.

Si rinnova la centralità della Scuola, dell’Università e di altri agenti formativi chiamati al gravoso compito della formazione integrale e cristiana delle persone.
Il documento di preparazione al Sinodo del 2012 constata che molte comunità sono distratte e non capiscono la crisi dell’ambiente culturale, i “cambiamenti celeri da parte della cultura” . Ora, il sentimento generale degli episcopati è di “preoccupazione” . Va bene, ma è sufficiente? Che cosa vuole dire essere propositivi in questo ambito, rinnovare la propria energia, trovare volontà operativa, esalare freschezza di annuncio e ricorrere all’ingegno? La sfida è molto seria, come osservano le forze rinnovatrici già scese in campo. C’è la possibilità di vivere e di comunicare la fede in questo nuovo ambiente culturale. Il terreno umanista serio e vero sarà per la Chiesa la base per vivere nel tempo di questo saeculum senza essere mondana. Incontrare e dialogare con chi cerca la verità sarà la strada da percorrere, come dimostra il successo del “Cortile dei Gentili” .

Il dramma di una crisi culturale, la rovina di un modello di valori ci conduce anche in una disgraziata e drammatica sventura economica globale. La tragica situazione economica che vivremo nei prossimi anni mette a nudo la strada seguita fino qui, ci fa guardare con disincanto quello che abbiamo generato collettivamente con il dispendio di ciò che non avevamo. Il futuro imprevedibile ci lascia impotenti e paurosi.

3. Discernimento evangelico e comunitario nell’attuale scenario del dramma.

Le molteplici realtà ecclesiali richiedono un discernimento comunitario. Questo presente molto oscuro è ugualmente carico di situazioni, azioni, dinamiche, vite che, quasi in segreto, lontane dai media, operano piene di bontà, di desiderio di pace, di coraggio nella lotta per la giustizia, traboccanti di bellezza e di umanità. Sono persone che illuminano il nostro presente.

Le scienze sociali tendono a privilegiare una posizione laicista, come se fosse neutrale e equilibrata. Alcune tendenze culturali considerano la religione come irrilevante e la fede come eccentrica. Altre, pur avvertendo un interesse religioso, non sono preoccupate dei contenuti specifici della fede e della morale. Altre ancora preferiscono un sincretismo religioso basato sulla ricerca individuale dell’essere proprio ed emotivo.

La lettura sociologica, della quale ci serviamo, fa ricorso di solito a due grandi metodi: singolarismo metodologico, che parte della spiegazione dei fatti enigmatici individuali, come hanno fatto i fondatori della sociologia; e olismo metodologico, che abbraccia oggetti di studio ampi, con un sguardo globale. Cosi: Ulrich Beck , tedesco, che ha creato le espressione “società di rischio” per percepire la società contemporanea; Zygmunt Bauman , inglese – polacco, che ha coniato la celebre espressione “società liquida”, senza punti fissi, dove tutti i valori e tutte le istituzioni perdono la solidità; Michel Maffesoli , francese, che ha creato le espressione “era della tribù”, società dove non c’e morale, soltanto usi diversi da una comunità all’altra.
Questa sociologia olistica rivendica una scientificità. Si può sintetizzare: sociologia descrittiva: neutralità di osservazione; sociologia quantitativa: base statistica o di inchiesta e questionario.

Già Montaigne prevedeva: “ho paura che avremo più occhi che pancia, più curiosità che capacità: abbracciamo tutto, ma stringiamo soltanto vento”.

Nella lettura che facciamo della realtà sarà fondamentale ricorrere a un linguaggio biblico, non sociologico, filosofico, politico. La cultura cattolica non è una visione del mondo accanto alle altre, depositaria di valori, un’agenzia culturale, con il suo armamento teorico. Al contrario, il cammino passa attraverso un avvicinamento fiducioso e creativo alla sorgente del Vangelo della carità e della gioia per giocare a carte scoperte con convinzione e con capacità di convergenza. Dalla centralità di Cristo possiamo scendere a una antropologia e ad una cultura orientata in senso cristiano, a una antropologia dinamica, capace di incarnarsi nelle diverse situazioni e contesti storici.

Il lievito della evangelizzazione non teme il confronto con la contemporaneità. Bisogna uscire dal complesso di subalternità o dal giocare in difesa. La razionalità non trova nella fede un limite e un freno, ma una opportunità di arricchimento e di approfondimento, che la pone in sintonia con il quadro complesso della realtà contemporanea. Il mito della complessità non impedisce di interrogarci circa il nostro tempo, circa le questione semplici: l’essere umano è nato per la relazione, che è sorgente di dignità e libertà, che è dono. La fede cristiana può nutrire in un’ottica nuova una visione della vita e valori etici che offrono la base di identità della nostre azioni. È possibile uno sforzo del pensiero e un lavoro dell’intelligenza per far progredire il credente immerso nella grazia di Cristo e attento alla realtà in veloce cambiamento.

Bisogna riproporre con autenticità negli attuali contesti culturali la verità, la bellezza, la bontà. Nell’esperienze di ogni giorno si può trovare l’alfabeto con il quale comporre le parole che dicono l’amore infinito di Dio.

È una priorità culturale pensare un nuovo sviluppo sociale, una diversa nozione di crescita che contempli dei limiti, che elabori nuove regole di vita in comune, lontane del mito della crescita continua e illimitata. La proposta post-umana è presentata come un postulato, frutto della scienza, delle tecnologie più avanzate, come se queste corrispondessero automaticamente al vero bene, alla migliore espressione della vita comunitaria.

Tre sono gli atteggiamenti possibili davanti alle correnti culturali predominanti del momento attuale: rassegnazione: siamo davanti a una catastrofe morale, dove tutto è molto complesso; rigore: tolleranza zero e rafforzamento delle regole di convivenza civile; discernimento: interrogarsi circa il kairós del XXI secolo. Viviamo un momento propizio per la riscoperta della fede cristiana. Bisogna cogliere gli elementi di criticità e di incontro dialettico, le tensioni culturali. Sarà necessaria una dose di pazzia, di audacia evangelica, di David davanti a Golia, per affrontare l’avversario potente, compatto, con euforia di vincitore, per dirla con il Cardinale Martini.

Le tendenze culturali oggi prevalenti interpellano la pastorale ordinaria a uscire da una prassi pastorale indifferenziata e inserirsi in una forte esperienza di vita, accompagnata e sostenuta. Non è possibile imporre la verità, perché non è una teoria astratta, ma proporre la Persona di Gesù da accogliere, capire e comunicare dentro ad un’esperienza integrale, personale, comunitaria concreta e pratica. Vado ora a concretizzare ciò in sei punti.

3.1. Comunicazione in un linguaggio credibile e comprensibile.

La prima questione culturale da affrontare, perché trasversale a tutta la pastorale, è il problema del linguaggio e della sua comprensione da parte della gente. Bisogna cioè imparare a essere interlocutori intelligenti ed evangelicamente ispirati della cultura in mezzo alla quale viviamo, purificandola degli elementi negativi ed elevandola alla luminosità vitale del Vangelo. Trovare una comunicazione credibile e comprensibile, capace di donare senso alla vita, nell’era della rivoluzione digitale e informatica richiede un umile apprendistato. Esprimere la fede in un linguaggio aperto al dialogo culturale appartiene all’essenziale dimensione missionaria della fede. Quando c’e vita nuova in Cristo, risultante della contemplazione, si avrà forza dello Spirito per comunicarla.
Afferma Papa Francesco: si “richiede di immaginare spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le popolazioni urbane. Gli ambienti rurali, a causa dell’influsso dei mezzi di comunicazione di massa, non sono estranei a queste trasformazioni culturali che operano anche mutamenti significativi nei loro modi di vivere.

Si rende necessaria un’evangelizzazione che illumini i nuovi modi di relazionarsi con Dio, con gli altri e con l’ambiente, e che susciti i valori fondamentali. È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città. Non bisogna dimenticare che la città è un ambito multiculturale. Nelle grandi città si può osservare un tessuto connettivo in cui gruppi di persone condividono le medesime modalità di sognare la vita e immaginari simili e si costituiscono in nuovi settori umani, in territori culturali, in città invisibili. Svariate forme culturali convivono di fatto, ma esercitano molte volte pratiche di segregazione e di violenza. La Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile.”

Il linguaggio è dominato da due elementi della comunicazione: comunicazione di massa e tecnologie informatiche. La questione dei media è sostanzialmente antropologica: denota un modo di vedere, di pensare, di concepire se stesso, di affrontare la vita e la storia.

Davanti a una cultura della comunicazione di massa, che è al servizio di una gigantesca macchina di diversione e di propagazione della paura, che ci porta fuori della realtà e ci distrae da quello che realmente accade, bisogna riflettere. I fenomeni di massa della comunicazione hanno interferenza con la politica e l’economia. La comunità cristiana ha il dovere di offrire il suo contributo per mettere la persona umana al centro delle opzioni. Per un rinnovamento culturale della società i cattolici devono trovare il modo di trasmettere, con saggezza, i valori di ispirazione cristiana. Una rinnovata cultura della comunicazione critica un linguaggio consumista, pubblicitario, alienante. Esiste un eccesso di realismo: si comunica tutto a ogni ora, senza fare vedere integralmente la realtà, mostrandone la faccia negativa, o, al contrario, una edulcorata. Ciò che ci mostrano ci fa più ciechi, ci fa accumulare capitale contro-culturale. Punti di una profonda intersezione fra Vangelo e cultura sarà la declinazione dei contenuti della fede nella comunicazione pubblica, per esempio: vita affettiva, lavoro e festa, fragilità, tradizione, cittadinanza.

La diffusione sempre crescente delle nuove tecnologie informatiche e dei sistemi multimediali modifica profondamente la visione della realtà sociale e culturale. Il flusso di informazioni è superiore alla capacità di assimilazione, e ciò crea confusione. La sovra-informazione mantiene una sotto-conoscenza. La rapida e capillare diffusione delle informazioni riduce il ruolo delle agenzie educative nella trasmissione dei valori e nella formazione della coscienza critica. La velocità non aiuta la riflessione, l’immediatezza la meditazione, le troppe parole il dialogo interpersonale. La comunità deve favorire momenti di silenzio e riscoprire i nodi sociali, la famiglia.

Quanto più cresce la perdita dell’autonomia dell’informazione grazie al dominio del potere politico ed economico, cosi come delle esigenze del marketing, tanto più i cristiani sono chiamati a coniugare testimonianza di fede e professionalità, non a fini manipolatori, ma per essere presenti negli areopaghi della comunicazione.

Le reti sociali sono una bella opportunità, a patto che non si mettano a servizio della chiusura delle persone e dei gruppi su se stessi e ricerchino il contatto con il mondo reale degli affetti e la presenza nello spazio pubblico.

3.2. Cultura dell’immediato, dello spontaneo, del nuovo, dell’emozionale

Cosi si esprime ancora Papa Francesco: “Nella cultura dominante, il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede il posto all’apparenza. In molti Paesi, la globalizzazione ha comportato un accelerato deterioramento delle radici culturali con l’invasione di tendenze appartenenti ad altre culture, economicamente sviluppate ma eticamente indebolite”.

Oggi si vive fortemente il senso del provvisorio, con sfiducia noi confronti dei grandi progetti di vita e rifiuto di impegni definitivi. Si vive per possedere, per essere visti, secondo uno spirito consumistico che trascina verso il vuoto. Si vive per un’affermazione di autonomia individuale e ci si rifugia nel privato. Si rompono i vincoli di vicinato, si fugge dallo spazio pubblico, dall’adesione a movimenti e associazioni, dall’adozioni di valori comuni, di identità, di cultura. Infine, ogni persona cerca di ritrovarsi con chi è più affine. L’individualismo guadagna posizione sociale. Questo movimento individualista è realizzato in nome di un progresso culturale. La libertà, senza alcun rapporto con la verità, è degenerata in individualismo in tutti i campi: affettivo e sessuale, economico e sociale.

La mania dei sondaggi di ogni tipo, i barometri di tutto, le inchieste moltiplicate, collocano i valori nella categoria delle mode, perdendo di persistenza nella frenesia delle opinioni. Il nostro mondo è pieno di novità, di cambiamenti, di evoluzioni di breve durata. La creatività e l’innovazione si esauriscono sotto la pressione delle necessità impellenti. Prima di creare siamo già esauriti dalle necessità di nuove invenzioni.
Si apre una possibilità nella ricerca dell’originalità, della singolarità delle scelte personali, anche se strutturalmente fragili, perché non fondate sulla verità oggettiva. Il cristiano può trovare apertura per radicare la libertà spirituale e per un servizio gratuito e volontario, per la preghiera, per il distacco e l’abnegazione. Il cristiano è chiamato a una proposta diversa del significato di liberta, di novità, prendendosi cura dei rapporti verso gli altri, i differenti, gli esclusi.

3.3. Cultura dell’individualismo e vita comunitaria e solidale

Il paradigma dell’individualismo acquista terreno in tutti i campi: politico (crisi delle democrazie), socio-economico (società di consumo), religioso (personalizzazione della fede), emozionale (importanza di rapporti autentici), operativo (crisi delle istituzioni). La diversità di modelli di comportamento è tollerata come normale. Tale atteggiamento nasconde pericoli: di indifferenza ed estraneità fra le persone, dei diritti umani diventati mera convenzione sociale. Anche qui Papa Francesco è chiaro: “Riconosciamo che una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva, rende difficile che i cittadini desiderino partecipare ad un progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali.” E prosegue più avanti: “L’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone, e che snatura i vincoli familiari. L’azione pastorale deve mostrare ancora meglio che la relazione con il nostro Padre esige e incoraggia una comunione che guarisca, promuova e rafforzi i legami interpersonali.”

Le comunità non devono temere di apparire come piccolo gregge e fare opzione per una azione capillare, a mo’ di lievito, senza spettacolarizzazione, ma capaci di formare cristiani adulti. Risalta ogni volta di più l’importanza di un itinerario personalizzato, secondo lo stile catecumenale, per iniziare a sperare in un mondo nuovo. Il contesto culturale porta e ripensare i contenuti e i metodi dell’annuncio per attrarre la gente, rispondere alle aspettative, ampliare il quadro di riferimento, attendere alle diverse età della vita, curare una formazione graduale che unisca preghiera e carità, costruire la giustizia e la pace. Cristiani di fede adulta saranno gli agenti di inculturazione nella parrocchie. Queste sono luoghi dove si vive la fraternità, sono laboratori e scuola permanente di valori cha incidono nella presente cultura e la purificano. Come piccolo gregge coeso e con identità chiara offriranno al nostro tempo tormentato e disorientato un senso, uno stile semplice e sobrio di vita saggia e felice.

Cristo è venuto a salvare le persone concrete e reali che vivono nella storia. Il cristianesimo ha una dimensione pubblica e i cristiani una responsabilità civile e politica. Gestire oggi il rapporto fra bene comune e democrazia e il rapporto fra democrazia e verità è un’avventura coraggiosa. L’economia è chiamata a superare una visione fatalista dei fenomeni economici, a diffondere una visione concreta del personalismo cristiano. È compito dei cristiani testimoniare una cultura di solidarietà e moltiplicare reti di inter-aiuto e di fiducia. Siamo chiamati a elaborare con tutti progetti di sviluppo nella prossimità ai più deboli e emarginati.

3.4. Cultura scientifica e sete di felicità.

Si sviluppa un’esaltazione della razionalità scientifica e tecnologica, con una specializzazione settoriale e una frammentazione dei vari ambiti di conoscenza. La progressiva accelerazione della scienza e fecondità tecnologica operano una svolta antropologica. La chiamata tecno-scienza, di larga base interdisciplinare, chiede una riflessione teologica. L’autonomia della scienza non significa che è la scienza a dettare le ragioni della vita, perché essa non può rispondere alla sete di felicita inscritta nell’essere umano. Nell’educazione si verifica oggi una distanza fra la questione delle ragioni del vivere e le risposte offerta dal relativismo, dall’evoluzionismo cosmico e biologico delle neuroscienze. L’intelligenza e la libertà dell’essere umano non sono semplici funzioni del cervello.

Prestare attenzione alle scoperte della bioetica e biogenetica, valorizzare l’ecologia, cercare di offrire risposte interdisciplinari e promuovere il dibattito culturale circa i temi emergenti è nostro compito. Il vangelo che orienta i cristiani nel pensare e agire chiama al dialogo con tutti, un dialogo fecondo col mondo scientifico, coscienti che la voglia di felicità attende dalla fede una luce che la scienza non è chiamata a dare.

3.5. Senso della vita e cultura della spiritualità e della contemplazione

Nell’attuale dramma sarà di sollievo introdurre la questione della spiritualità come risposta alla domanda del senso della vita. Nell’incertezza vissuta, la questione del senso guadagna piena attualità. Ognuno vuole percorrere la sua strada, scegliere secondo i propri criteri, fare esperienza prima di credere. Desidera un approccio personale. La sincerità e intensità sono prioritarie in rapporto alla veracità e pertinenza. Si verifica un certo risveglio del religioso nella sensibilità spirituale in mezzo a una religiosità diffusa. Davanti a questo sentimento vago bisogna dare priorità alla contemplazione.
Una proposta sapienziale richiede, dunque, un’apertura per guidare, consigliare, testimoniare, senza giudicare o imporre regole, come pellegrini di senso del nostro tempo. Sappiamo, però, che la questione del senso sarà il fondamento di un nuovo mondo in formazione.

Il termine spiritualità nell’uso quotidiano significa l’insieme di credenza e pratiche che offrono agli individui una visione della realtà più ampia di quella materialista. Tale spiritualità a volte non è né teista né istituzionale, ma privata ed eclettica. Riunisce idee, valori, pratiche di diversa origine. La pastorale non può non curare la mistagogia e la pedagogia della preghiera capace di generare cultura. Per presentare proposte forti di preghiera e curare con pazienza e competenza la maturazione di un cammino spirituale sono necessari maestri capaci di elaborare un linguaggio cristiano. Le aspirazioni spirituali delle persone del nostro tempo hanno bisogno di trovare risposte vere nella mistica cristiana.

La proposta di una spiritualità solida, trasparente è un servizio della Chiesa alla cultura attuale. Occorre solidità spirituale, ossia apertura alla trascendenza, all’Assoluto. Questo slancio verso l’universalità dell’essere spezzerà la multi-diversità che chiude ogni persona, ogni gruppo, ogni paese nel suo circolo. Ispirati dall’unico Assoluto, siamo capaci di accogliere la sua presenza nella storia e consegnare la nostra povertà al servizio della vita, che l’Assoluto offre a tutti i viventi in abbondanza.

3.6. Cultura estetica e celebrazione della fede

Altri ambiti di lavoro sono il rapporto della persona umana con il religioso, l’autocoscienza teologica ed ecclesiale, il contesto culturale della celebrazione della fede nella liturgia. Ci sono forme e formule che non dicono nulla, non parlano, non celebrano perché non interpellano la gente di oggi. Le celebrazioni, che sono il luogo di contatto più abituale della società con la fede cristiana, e per questo occasione di un rapporto culturale, hanno sofferto una banalizzazione tremenda in molte comunità. La mancanza del senso del mistero, la mancanza di bellezza delle forme e dei riti, della musica e degli spazi di celebrazione è molto grave. Un ritualismo povero e rubricista, senza senso della festa o la banalità, senza il marchio semplice della verità, non servono normalmente da luoghi di accesso al mistero, ricercato, nonostante tutto, da tanti nostri contemporanei. Quando si favoriscono spazi di creatività e di adattamento è fondamentale il dovere del discernimento come garanzia di identità e di bellezza, capaci di avvicinare delle esigenze espressive le diverse situazioni culturali.

Le espressioni di culto giocano con tre elementi: parola, azione e oggetti. Essi si uniscono per offrire la bellezze delle forma e la verità dello Spirito. L’esperienza dell’assoluto non può essere comunicata in modo secco, stanco, dimesso, pauperista, prosaico, né in modo trionfalistico, che punta tutto sull’apparato scenico. La crisi non riguarda la sorgente e il culmine della vita cristiana, ma le forme della sua espressione umana. Tutto ciò obbliga a un ripensamento della struttura di accesso alla liturgia, ossia l’iniziazione alla fede. Una volta che la liturgia é sorgente spirituale c’è la necessità di un’iniziazione simbolica, tradizionale per avvicinare una comprensione.

La permanenza del significato simbolico del religioso predispone all’accoglimento delle nuove forme, in ordine alla ricreazione di un autentico ed attuale luogo di celebrazione della fede cristiana. La cultura trasforma uno spazio deserto in luogo con un senso. La natura del luogo diventa spazio vitale, rigeneratore, terreno di un’esperienza ineffabile, interpellante, trasformatrice, per la forza dello Spirito che ha ispirato quanti sono intervenuti nella costruzione. Le chiese sono luoghi per la vita spirituale dei credenti, sono il luogo dell’assemblea cristiana. La chiesa è il luogo dove quelli che credono in Gesù si ritrovano nella celebrazione della salvezza che incide nella loro storia.
Mai la liturgia deve apparire come isolata, assoluta, come una realtà superiore o dominante. Occorre imparare a considerare di nuovo la liturgia come fonte della fede e della teologia. C’è ancora da fare del lavoro, un faticoso tentativo per dire – in un modo nuovo – in che senso la liturgia è fonte della vita cristiana. C’è bisogno di un tipo d’iniziazione che permetta forme particolari di rapporto col rito, modi di rendere possibile al rito di essere significante (teologicamente e antropologicamente) per il cristiano. Ciò rappresenta certamente una sfida per la riflessione liturgico – sacramentale del nostro tempo. La sintesi concreta tra riforma e iniziazione liturgica avrà luogo non nei libri, nei decreti magisteriali, nelle parole, nelle riviste, ma nelle comunità che celebrano. Esistono concezioni teologiche che meritano lodi, come i generosi elogi che si fanno ai morti. Per allontanare un neo-ritualismo quale tentazione permanente dell’essere umano, non conviene trincerarsi dietro un’opposizione fra storia e rito, ma è necessario introdurre la ritualità nell’esperienza della fede e nel quadro teologico, per imparare il suo reale valore.

Si è dimenticato che la riforma liturgica è anche capacità rinnovatrice della celebrazione rituale per la vita della Chiesa. La liturgia assume una dimensione “comunionale” e “comunicativa” come nessun’altra azione ecclesiale. Per la partecipazione all’atto di culto il cristiano si lascia iniziare alla fede e celebra l’azione di Dio. La liturgia arriverà a essere meta solo se diventa fonte. Comunica soltanto se inizia, è partecipata soltanto se inizia, aiuta a riscoprire la strada nella storia soltanto se orienta il presente e il futuro. Iniziazione non vuole dire mera “pedagogizzazione”, ma ha a che fare col senso misterico e sacramentale. Non si tratta di trasmettere un messaggio, ma di annunciare un evento che reinterpreta la storia. L’educazione della fede, che include la liturgia, farà vivere il mistero pasquale. Ad accogliere la vita nuova di Cristo serve la celebrazione e la formazione cristiana. La liturgia è una specie di etica della religione vissuta, purificata dalla critica ferma “in spirito e in verità”. Soltanto l’evangelizzazione profonda purifica la liturgia dall’ipocrisia, chiarifica le motivazioni dei rituali, colloca in “spirito e verità” gli eventi celebrativi. Anche qui il confronto fra Vangelo e celebrazione permetterà di salvare dalla crisi la vitalità attuale della liturgia. Non sarà con misure codificatrici, ritualistiche, sacralizzanti che daremo seguito a ciò che Gesù disse dei riti, del Tempio e del sabato.

Il versante spirituale, cioè il ruolo del culto sacramentale nella formazione dell’identità cristiana del battezzato, esige attenzione ai cambiamenti culturali. Senza celebrazioni degne, compiute con la dovuta attenzione nei confronti delle diverse persone (bambini, giovani, adulti, persone handicappate), non si può dare risposta all’ansia di vita spirituale. Coltivare il silenzio perché possa echeggiare nel cuore la forza della Parola, il soffio dello Spirito, la comunione ecclesiale richiede audacia pedagogica. Mancano omelie mistagogiche che aprano al mistero con un linguaggio vivo e attuale. Per la dimensione misterica la liturgia è in rapporto con la contemplazione, come apertura al grande silenzio di Dio. Povera liturgia quella che non è incontro misterioso con il Dio nascosto e rivelato in Gesù! La liturgia corregge la nostra presunzione di sapere come Dio deve operare e ci insegna che la migliore lode è il silenzio amoroso.

Conclusione

Il dramma di questa frattura fra Vangelo e cultura è una sfida permanente. La teologia rimane immobile se non ci orienta verso il rapporto fra cultura e Vangelo. Ho cercato con alcuni esempi di mostrare come tutta la pastorale possa scavare un fossato fra cultura e Vangelo o contribuire a un dialogo. Preferendo quest’ultimo, il dialogo deve essere condotto senza nostalgia del passato, senza la tentazione di uscire della storia, ma pensando insieme nuovi modi di inculturare la fede cristiana, in mezzo alla crisi di una cultura sempre più planetaria e frammentaria. È un terreno difficile, ma è questo il momento di riscoprire la bellezza e la gioia della vita evangelica.

È ottimista lo sguardo di Papa Francesco: “In questi due millenni di cristianesimo, innumerevoli popoli hanno ricevuto la grazia della fede, l’hanno fatta fiorire nella loro vita quotidiana e l’hanno trasmessa secondo le modalità culturali loro proprie. Quando una comunità accoglie l’annuncio della salvezza, lo Spirito Santo ne feconda la cultura con la forza trasformante del Vangelo. In modo che, come possiamo vedere nella storia della Chiesa, il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale, bensì, «restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico e alla tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato».[88] … Nelle espressioni cristiane di un popolo evangelizzato, lo Spirito Santo abbellisce la Chiesa, mostrandole nuovi aspetti della Rivelazione e regalandole un nuovo volto”

Ci spetta, come agenti pastorali, coinvolgere tutta la comunità cristiana e riflettere con discernimento sulla cultura dell’immediatezza, sulla tolleranza della diversità, sul ricorso alla razionalità, sull’incertezza e sulla ricerca di senso, di spiritualità, sull’irrilevanza della religione nello spazio pubblico, tutte sfide all’audacia evangelica. La fiducia circa gli esiti di questo lavoro non è riposta nei mezzi umani, nelle potenzialità personali, nelle strategie e abilità, ma nella certezza della presenza e dell’azione dello Spirito di Cristo, attivo e operante nei cuori disponibili e capace di operare un creativo dinamismo spirituale. Avere oggi coscienza missionaria comporta possedere il coraggio umile del dialogo, la convinzione ferma di portare una proposta di pienezza umana.

+ Carlos Moreira Azevedo
Delegato del Pontificio Consiglio della Cultura

 

Author: laikosblog

Blog tas-Segretarjat għal-Lajċi.

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